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Ogni volta che succede un incidente sul lavoro

Eh sì, sempre le stesse parole. Qualcuno, mentre lavora si fa del male o, peggio, muore, e tutti a ripetere la litania.

In pochi giorni in Lombardia – ma poteva essere ovunque in Italia – alcune persone sono morte mentre stavano lavorando. In un caso erano lavoratori esperti; in un altro si è trattato di un giovane che è morto sotto gli occhi del padre, che lo seguiva. Tutti superficiali? Hanno tutti sbagliato qualcosa? Nessuno ha seguito le norme (che ci sono)?

Perché ogni volta devo/dobbiamo sentire gli stessi commenti da parte di giornalisti, sindacalisti, datori di lavoro, eccetera?

  • “Si deve investire di più nella sicurezza”,
  • “La crisi ha abbassato la percezione del pericolo nelle aziende”,
  • “Non si fa abbastanza per la sicurezza”…

Non è che si fa troppo, ma lo si fa male? Ha senso proclamare una manifestazione di piazza? Mobilitarsi per un giorno? Promuovere un dibattito a caldo? Per cosa? Per sensibilizzare chi?

Risposte non ne ho. Ma ho l’impressione che ci sia qualcosa di sbagliato, qualcosa che non funziona. Ho paura che le cose cambieranno troppo poco e con grande difficoltà. E penso – spero non sia irrispettoso – a un qualsiasi telefilm americano, dove, se il protagonista deve anche solo dipingere una porta di legno, indossa gli occhiali protettivi, i guanti e un grembiule adatto.

Che sia un problema di CULTURA? Forse si intende la formazione alla sicurezza, solo come un elenco descrittivo e noioso delle cose da fare e di quelle da non fare? Formazione alla sicurezza significa dire quali sono i dispositivi adeguati? Qualcuno ha mai misurato il cambiamento di comportamento delle persone DOPO un corso di formazione? La percezione del rischio, pensare intimamente che “tanto a me non può succedere, perché io sono esperto”, qualcuno l’ha mai considerata? Forse, fino a quando la sicurezza sul lavoro sarà considerata un costo per le aziende e un intralcio per i lavoratori, cambiamenti non ne vedremo. E sentiremo gli stessi commenti e le solite prediche.

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Cercare lavoro da soli è meglio?

Nella ricerca di un buon lavoro è sempre meglio soli che male accompagnati.

Il bravo cercatore di lavoro è come uno che cerca funghi in un bosco a ottobre: da soli si trova di più e di meglio. Se siamo in due bisogna dividere il malloppo; e se si è in tre?

 

Qualche giorno fa ho incontrato un professionista senza lavoro da qualche settimana; un dipendente di livello medio alto, con esperienze importanti, non giovane, licenziato da una piccola impresa con mercato internazionale. Una persona con una interessante storia professionale, di livello culturale medio alto, determinata e ben organizzata. Gli serviva solo di fare un poco di networking: utilizzare (ex) colleghi, conoscenti, chi lavora nella concorrenza, associazioni di categoria, un job-club, altri che cercano lavoro, per rinforzare la ricerca, per aumentare le informazioni e per supportare ed essere supportato nei momenti difficili.

“Cercare insieme ad altri? Non credo possa funzionare. Io sono… speciale!”, mi ha risposto.

“Quello che cerco io è troppo particolare! Quello che io voglio è molto di nicchia, non siamo in molti nel mio settore: non vedo come altri potrebbero essermi utili; né, d’altra parte, come potrei io esserlo per loro? Io non conosco nessuno al di fuori del mio ambiente di lavoro. Se volessi inserirmi, che so, nel marketing o nelle costruzioni civili, allora sì che qualcuno potrebbe aiutarmi, ma la mia è una ricerca troppo peculiare… e poi… meno concorrenza c’è meglio è. Quello che trovo è mio, e basta”.

Ma non è vero.

Collaborare con gli altri aumenta la qualità del lavoro. Certo, non è facile lavorare in gruppo, almeno all’inizio, ma quando il gruppo funziona i singoli possono raggiungere obiettivi che si credevano irraggiungibili: la forza, l’intelligenza e la motivazione di ciascuno, sommati, danno risultati nettamente superiori.

In un buon gruppo 1 + 1 può fare 3!

Non è un’opinione, ma un fatto, accertato da numerose ricerche.

La “collaborazione” è un vero e proprio strumento di lavoro: possiamo avere più informazioni utili, migliorare la nostra autostima, tenere alta la motivazione, sbagliare di meno nella ricerca, riusciamo anche migliorare il nostro curriculum.

Prova solo a pensare ad un piccolo gruppo di persone che cercano lavoro: ci si trova una volta la settimana – va bene anche un bar, come fanno quelli di Unbreakfast (www.unbreakfast.it) – si scambiano informazioni, nomi e numeri di telefono, li si vaglia insieme, si controllano a vicenda i cv, si condividono corsi di formazione o convegni (gratuiti) dove incontrare potenziali datori di lavoro, si divide il lavoro di ricerca, si portano a conoscenza i colleghi di potenziali offerte interessanti. E l’elenco delle cose che si possono fare non finisce qui.

Condividere informazioni e metodi di lavoro, fa la differenza, fa aumentare il numero di aziende prese in esame, rende più mirata la ricerca, il tutto a patto che ci sia un metodo e che lo si applichi correttamente.

L’indagine che può fare una persona, per quanto ben fatta, non porterà mai agli stessi risultati di una fatta con il supporto di un gruppo che condivide le stesse esigenze. Quando il gruppo funziona i membri più attivi stimolano quelli momentaneamente più deboli; la ricerca di un buon lavoro dura diversi mesi e qualche volta la motivazione cala: ma il rapporto positivo con gli altri ci aiuta a superare i momenti di buio, la motivazione ballerina, le depressioni che sono sempre dietro l’angolo. E se il gruppo è composto da persone che cercano lavori diversi tra loro… tanto meglio! Minore concorrenza tra i membri e minori tensioni, visto che la condivisione delle informazioni apre nuovi mercati e può aprire anche la nostra mente alla ricerca di vendere un prodotto che… siamo noi stessi! L’importante è darsi delle regole chiare e seguirle: per esempio chiunque trovi un’occasione, deve condividerla con gli altri, pur essendo il “titolare” della stessa.

Fare networking significa creare e attivare la rete delle persone, delle aziende, delle associazioni professionali e di categoria, degli Enti che possiamo raggiungere e che ci possono portare informazioni, permettendoci così di conoscere meglio il mercato di riferimento, le occasioni di lavoro o di formazione. Ma fare networking significa amplificare la nostra potenza di ricerca.

La rete presidiata e utilizzata adeguatamente dà risultati. La condivisione delle informazioni dà risultati. Migliorare in gruppo il proprio curriculum dà risultati.

 

 

6 COSE DA FARE SE È DA TANTO CHE NON SOSTIENI UN COLLOQUIO

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Hai finalmente deciso che dopo tre, cinque o anche dieci anni è giunto il momento di cambiare azienda e sostenere dei colloqui per un nuovo lavoro? Se è così, è comprensibile che possa avere delle titubanze. Dopo tutto, in tutti questi anni hai costruito un buon network e hai stretto buone relazioni con i tuoi attuali colleghi. Hai progredito nella tua carriera in quella situazione e hai anche lasciato il segno. Ma ora sai che è il momento di chiudere questo capitolo e tornare dopo molto tempo dentro il “gioco” dei colloqui di lavoro. E ciò renderebbe chiunque ansioso.

Di contro la futura azienda potrebbe avere le proprie riserve sul tuo conto. Certo la tua lunga permanenza nella stessa azienda, l’esperienza maturata e la fedeltà dimostrata al tuo datore di lavoro deporrà a tuo favore. Tuttavia, il selezionatore potrebbe dubitare della tua capacità di adattarti a nuovi contesti, o di come potresti comportarti davanti a nuove situazioni che ti si presenteranno innanzi.

La buona notizia è che ci sono cinque semplici mosse che puoi adottare per scacciare ogni dubbio a te stesso ed alla persona che hai di fronte, concludendo con successo il tuo colloquio.

1. Supera le tue preoccupazioni

Come puoi presentarti al meglio al selezionatore se nutri dubbi su te stesso? Certo, è da molto che non sei protagonista di un colloquio e sicuramente ti mancherà un po’ di pratica. Tuttavia, se ti preparerai in modo adeguato con anticipo, ti porrai ai suoi occhi nel migliore dei modi. Prima del colloquio, ripeti mentalmente ad alta voce le risposte ad alcune domande tipiche, davanti allo specchio o ad altre persone, ed esercitati a parlare a te stesso più spesso. In questo modo, allenati a trasmettere fiducia, ad esempio sorridendo, stando seduto ben dritto e guardando negli occhi chi ti sta davanti. Una volta che avrai messo bene in pratica questo consiglio, sarai pronto per far passare parecchi dubbi al tuo selezionatore.

2. Focalizzati sui tuoi obiettivi

La cosa principale che un selezionatore vuole comprendere è che hai speso un tempo di qualità nella tua precedente azienda, piuttosto che esserti adagiato sugli allori per buona parte degli ultimi dieci anni.
Come è progredita la tua carriera in azienda? Illustra tutti i traguardi raggiunti, e parla dell’impatto positivo che questi hanno avuto. Puoi anche far menzione di promozioni o aumenti di responsabilità che hai avuto. Tutto ciò dimostrerà che gli anni passati in quella stessa azienda non riflettono una mancanza di ambizione. Al contrario, hai tratto tutto il possibile da essa in termini di opportunità di carriera, ed ora è tempo di cambiare.

3. Presentati come esperto del tuo campo

Fiduciosi che tu sia riuscito a dimostrare l’esperienza maturata nel settore di riferimento, ora devi fare un ulteriore passo per enfatizzare come tu sia estremamente esperto e pratico grazie a tutti quegli anni trascorsi in quel ruolo. Così come evidenziare premi e riconoscimenti ottenuti, parla di come ti sei appassionato di quel che fai ed entra nello specifico. Illustra le modalità in cui tieni le tue competenze sempre aggiornate, grazie a training, o leggendo articolo dedicati oppure partecipando a webinar. Qualunque sia il modo, dimostra al selezionatore che sebbene tu abbia già maturato una grande esperienza, hai molta voglia di continuare ad imparare nel prossimo futuro.

4. Dimostra che potrai costruire nuove relazioni

Il tuo selezionatore potrebbe essere titubante sul fatto che, avendo lavorato per molto tempo con le stesse persone, tu possa riuscire a stringere buoni rapporti con persone di un differente ambiente.
Tuttavia non avere alcun dubbio nell’asserire che hai già avuto modo di doverti trovare in una situazione simile nella tua attuale azienda. Probabilmente ti avranno chiesto di istruire un nuovo arrivato, organizzare meeting con nuovi clienti o partecipare ad eventi in rappresentanza dell’azienda. Perciò non ti è cosa nuova costruire relazioni, e chi sta parlando con t deve saperlo.
Tieni questi esempi ben fermi nella tu amente, e sii pronto ad utilizzarli durante i colloqui. Illustra come sei riuscito ad instaurare un buon rapporto con altre persone in poco tempo, grazie alla tua capacità di ascolto, ponendo la domanda giusta o parlando di argomenti di comune interesse.

5. Fagli vedere che sei di larghe vedute

Un altro dubbio che il selezionatore potrebbe avere è che i processi e le procedure acquisiti nella tua attuale azienda sono diventate talmente automatiche per te da poterti creare difficoltà nel doverti adattare ad un nuovo modo di lavorare. Puoi replicare parlando di come ti sia posto sempre in modo curioso e pronto ad accettare le novità nel tuo ruolo. Ciò può includere il tempo che hai trascorso nel cercare nuove soluzioni di business, imparare autonomamente cose nuove, o suggerendo nuove idee da implementare. Puoi anche chiedere molte cose a fine colloquio, dimostrando che ti interessa questa nuova realtà aziendale e che vuoi saperne di più, per comprendere cosa la differenzia dalla tua attuale realtà lavorativa.

6. Sottolinea il tuo bisogno di cambiamento

Come ho detto prima, sebbene la fedeltà al tuo datore di lavoro possa essere letta in modo positivo, i tuoi tanti anni di permanenza nella stessa azienda possono erroneamente essere intesi come paura del cambiamento. Il modo migliore per contrastare ciò è enfatizzare quanto tu senta il bisogno di un cambiamento, spiegando così il perché tu sia lì. Non parlare mai in modo negativo della tua precedente azienda, invece concentrati a mettere in buona luce gli aspetti positivi che ti attraggono di questa nuova opportunità, che sia il settore id mercato, la dimensione dell’azienda o il ruolo da ricoprire. Quanto ti chiederanno: “perché vuoi lasciare il tuo ruolo?”, focalizza la risposta solo sugli aspetti positivi che speri di raggiungere grazie a questo nuovo step nella tua carriera.
Per concludere, gli anni trascorsi nella tua attuale azienda saranno un asse nella mancia, ma solo se la giocherai bene. Il trucco è concentrarsi sugli aspetti pratici, spazzando via ogni potenziale dubbio del selezionatore, e dimostrando che sei ambizioso e che ti saprai adattare al nuovo contesto, formulando le tue risposte dando risalto alla tua esperienza, alle tue skill personali e all’entusiasmo di iniziare una nuova avventura lavorativa.
Ho copiato questo bel post, ma ne valeva la pena.


Autore: Dean Stallard, Regional Director Hays Hong Kong

Fonte: Hays Viewpoint

Cos’è una email di follow-up e perché vale la pena scriverla?

Questo articolo è stato copiato da Business Insider ed è stato scritto da Richard Feloni.

 

Il libro best seller di consigli su come fare carriera di Keith Ferrazzi “Never Eat Alone”, ha alcune centinaia di pagine di suggerimenti su come crearsi contatti professionali, ma c’è un piccolo punto che non può essere ignorato.

I doni più memorabili che abbia mai ricevuto sono quelli il cui valore non poteva essere misurato in dollari e centesimi” ha scritto Ferrazzi. “Sono le lettere affettuose, le email sentite e i biglietti che ho ricevuto dalle persone che mi ringraziavano per averli guidati e consigliati”.

Leggi anche: Sette frasi da non scrivere MAI nelle vostre email di lavoro

Ha fatto notare che se mandate un bel messaggio di follow up dopo una riunione con qualcuno, vi distinguerete dal “95 per cento dei vostri colleghi” poiché “la maggior parte della gente non è brava a inviare messaggi di follow up, ammesso che li mandi”.

Ferrazzi ha espresso il concetto in lettere maiuscole: “Il FOLLOW UP È LA CHIAVE DEL SUCCESSO IN OGNI CAMPO” – e questo non significa limitare il follow up ai colloqui di lavoro.

Ferrazzi è il fondatore e CEO di Ferrazzi Greenlight, uno studio di consulenza e management con clienti come General Motors e American Express, e fa costantemente riunioni con clienti nuovi e potenziali.

Ecco un esempio di email che lui manderebbe ad uno dei suoi potenziali clienti dopo la loro prima riunione, dove si sono incontrati per conoscersi un po’ meglio.

Si noti che lui “ripercorre gli impegni che ognuno ha preso nella riunione, e chiede quando è possibile organizzare un secondo incontro di follow-up”:

“È stato fantastico parlare con te durante il pranzo di ieri. Volevo dar seguito ad alcune delle idee che abbiamo discusso insieme. Credo che Ferrazzi Greenlight possa essere utile rispetto agli interessi della vostra azienda, e ho avuto il tempo di elaborare la cosa nei dettagli”.

“La prossima volta che mi trovo in città, mi piacerebbe ottenere anche soltanto un buco tra un impegno e l’altro sulla tua agenda e poter chiacchierare per cinque o dieci minuti”.

Quanto sopra è solo uno schema, ma Ferrazzi consiglia di aggiungere qualcosa di personale al vostro messaggio, come un’allusione a qualcosa che avete discusso, a un interesse comune che avete scoperto, o a una battuta scherzosa che è saltata fuori.

Leggi anche: Questa è la mail che devi scrivere per chiedere un favore. E non finire nello spam

Ecco alcuni ulteriori suggerimenti:

  • Inviate la vostra email entro 24 ore dalla riunione, ma non aspettate troppo a lungo. Se avete bevuto un drink insieme, inviate il messaggio la mattina seguente.
  • Esprimete gratitudine.
  • Siate brevi.
  • Concentrate il messaggio su cosa potete fare per loro.
  • Se qualcuno vi ha messo in contatto con questa persona, inviate un’email di follow-up anche a questo qualcuno.

La cosa più importante, ha scritto Ferrazzi, è che facciate del follow-up un’abitudine. È un piccolo investimento di tempo che frutterà molto nella vostra carriera.

La resilienza e la ricerca di lavoro

images-2Resilienza è una parola che indica un concetto abbastanza “di moda” in questo periodo. Confesso che, le prime volte che lo sentivo, non sapevo bene cosa significasse, così mi sono preso la briga di approfondire un poco. Nulla di nuovo; chissà quanti non conoscevano bene la parola, pur avendone sperimentato, inconsapevolmente, il significato.

Il concetto è ripreso dalla metallurgia, dove resilienza per un metallo è la capacità di resistere alle forze che vi sono applicate, senza perdere le caratteristiche originarie. Dal contesto originario, il termine si è trasferito alla psicologia, arricchendo il suo significato: quindi nelle persone, la resilienza è la “capacità di resistere e di reagire di fronte alle ineluttabili difficoltà e ad eventi negativi”. Concetto che si adatta, e molto, ai nostri tempi e agli argomenti che qui trattiamo. Si tratta della nostra capacità di resistere e anzi di adattarci al meglio alle situazioni lavorative o di ricerca di lavoro, che sono, appunto, difficili. Quanto siamo capaci di adattare il nostro comportamento in un ambiente lavorativo in cui non ci sentiamo valorizzati? Quanto siamo in grado di resistere alla pressione e agire per cambiare, quando siamo nella situazione di  aver perso il nostro lavoro? La persona resiliente, in questo caso, è chi accetta la situazione, cerca di studiare il miglior comportamento possibile e si dà da fare per trovare un’altra occupazione: possibilmente migliore della precedente.images-3

Un mio conoscente mi raccontava che gli capitava, di quando in quando, di perdere o di rompere un oggetto e di doverlo, perciò sostituire con un altro. Nel suo caso, potendoselo permettere, preferiva sempre acquistarne uno simile ma migliore del precedente: se si rimpiazza qualcosa, si fa il possibile per migliorarlo.

Scopo certamente non facile, visti i tempi, ma la persona resiliente non si fa fuorviare e mantiene la barra dritta, cercando in tutti i modi di perseguire l’obiettivo, pur difficile e impegnativo, mantenendo forte la sua motivazione e determinazione verso il raggiungimento. Comportamento non sempre facile da praticare, ma che, attraverso l’aiuto di persone che hanno le stesse difficoltà, diventa più realistico.

la persona resiliente, nonostante la sua naturale vulnerabilità e fragilità, si adatta e trasforma eventi negativi e pericolosi in opportunità per crescere e progredire, non nonostante ma talvolta proprio dalle difficoltà che segnano la vita”. (Nello scrivere questo post mi sono fatto aiutare dalla lettura che ho fatto di N. Galantino: Resilienza, su La Domenica del Sole 24 ore)

Sei una persona di successo?

Avere successo è raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi, come migliorare il nostro lavoro o trovare un buon lavoro dopo che lo abbiamo perduto.

Ma cosa ti rende davvero una “persona di successo”?

Puoi fare qualcosa per diventarlo?

C’è un comportamento da mettere in pratica o tutto dipende dal caso?

C’è modo di capire cosa fanno le persone che arrivano ad avere successo e quelle che, invece, alla propria affermazione non arriveranno mai?

L’infografica che segue, scherzosamente mette in fila i disparati comportamenti che portano a conseguenze diverse…

(MALEDIZIONE E’ IN INGLESE! TROPPO DIFFICILE PER ME! IO LASCIO PERDERE…)

Tanto per cominciare:

  • Le persone che non hanno successo hanno paura del cambiamento e sperano sempre, in segreto, che gli altri… falliscano.
  • Invece le persone di successo trasmettono il proprio piacere nel fare le cose che fanno e pensano a lungo termine.

Insomma, il mondo si divide in due parti; scegli da quale stare e quale comportamento ti darà… la felicità!

UNSUCCESSFUL

  • Temere il cambiamento.                                  habitsofsuccessfulpeople
  • Agire prima; pensare poi.
  • Mollare facilmente.
  • Perdere tempo.
  • Pensare di sapere già tutto.
  • Parlare più che ascoltare.
  • Criticare sempre.
  • Non darsi obiettivi concreti.
  • Lasciarsi distrarre continuamente.
  • Cercare di abbassare gli altri al proprio livello.
  • Offendere.
  • Sperare segretamente che gli altri falliscano.
  • Prendere sempre la strada meno faticosa.
  • Non sapere esattamente chi e cosa si vuole essere.
  • Pensare, dire e fare cose negative.
  • Smettere di imparare.
  • Sempre arrabbiati con gli altri.
  • Tenere il broncio.
  • Pensare di avere sempre ragione.

SUCCESSFUL

  • Tracciare i progressi.
  • Apprendere dagli errori.
  • Passare tempo con le persone che fanno stare bene.
  • Mantenere un adeguato bilanciamento tra vita e lavoro.
  • Scrivere i propri obiettivi.
  • Complimentarsi con gli altri.
  • Avere una o più liste di cose da fare.
  • Avere ben chiara la propria mission.
  • Essere contenti che gli altri abbiano successo.
  • Accettare le responsabilità dei fallimenti.
  • Avere un desiderio bruciante.
  • Lavorare con passione e con responsabilità.
  • Imparare, migliorare, leggere ogni giorno.
  • Prendersi rischi.
  • Maneggiare bene i problemi.
  • Essere umili.
  • Scambiare informazioni.
  • Trasmettere gioia.
  • Perdonare gli altri.
  • Parlare delle belle idee.
  • Abbracciare il cambiamento.

Ebbene sì: lo ammetto, sono molto bravo, ma l’idea del post me l’ha data Laurence Hebberd, che è Community Manager di Link Humans in London. Scrive anche  su Twitter- @LinkHumans. Lo ringrazio.

HAI PAURA DEL COLLOQUIO DI LAVORO?

Da un suggerimento Alyse Kalish su @dailymuse

La notte prima del colloquio di lavoro è come la famosa notte prima degli esami: quali sono le cose che ci fanno più paura?

Il colloquio è una fase importante nella nostra ricerca di lavoro: è il momento in cui abbiamo le maggiori possibilità di farci conoscere e di conoscere l’azienda e la posizione che potremmo ricoprire. Non è facile conquistarsi un colloquio.

Per questo molti di noi sono preoccupati di usare la frase sbagliata, pensando che basti una sola espressione a rovinare tutto. Altri, invece, hanno paura di non riuscire a dire quella cosa che li descriverebbe nel modo giusto. Ancora, qualcun altro teme di dimenticare tutto non appena si siederà di fronte all’interlocutore.

Comunque: alzi la mano chi non ha paura del colloquio di lavoro!

Certamente è sbagliato affrontare un momento della propria ricerca o del proprio miglioramento professionale come se fosse un esame di scuola, ma, spesso, ci sentiamo così; tanto vale, accettare di aver fifa e prepararci di conseguenza.

Quali sono le paure delle persone che si presentano al colloquio? Come si possono affrontare? Come superarle?

The Muse, sito specializzato in tips and tricks per cercatori di lavoro, ha portato a termine un piccolo sondaggio – certo senza un vero valore statistico – che ci dà un’idea di quali possano essere le paure più grandi che avvertono le persone che si apprestano a fare un colloquio lavorativo. Magari ci sono anche le nostre? @dailymuse. Real talk: Le interviste di lavoro possono essere snervanti. Quali sono le vostre più grandi paure? 4:25 PM – 19 Oct 2016

36% Trovare rapidamente le risposte giuste.

5% Vestire in modo adeguato.

52% Non sapere cosa dire.

7% Dimenticare cose importanti.

Al sondaggio via Twitter hanno risposto in 157 persone. La maggior parte di queste, manifesta il timore di non sapere cosa dire: capita con le DOMANDE KILLER, quando, per esempio, l’intervistatore chiede: Mi parli un po’ di lei…

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AAAAARRRRGGGGHHHHHH

L’importante è farsi trovare pronti.

Prenditi il tempo di pensare quando senti una domanda killer. Lo sai cosa dire, probabilmente devi solo riordinare le idee; oppure hai paura di dire cose poco importanti o che ti mettono in cattiva luce.

Perciò se c’è una domanda alla quale non sai come rispondere, prenditi il tempo per pensarci. All’inizio i selezionatori non si aspettano le “risposte giuste”, vogliono solo capire come ti atteggi.

Infine, fai un respiro profondo e vai tranquillo. Il colloquio è solo un piccolo passo nella tua grande ricerca di un lavoro e non devi arrivarci impreparato.

Essere nervoso è normale. Qual è il miglior trucco per cavarsela al meglio? Essere sempre preparati, così non dovrai preoccuparti della risposta giusta

E qual è la risposta giusta? Partiamo prima dalle domande!

Ecco le 30 DOMANDE KILLER più comuni in una intervista di lavoro

  1. Mi dica qualcosa di sé.
  2. Che cosa sa della posizione?
  3. Che cosa sa di quest’azienda?
  4. Perché vuole questo lavoro?
  5. Perché dovremmo assumerla?
  6. Quali sono i suoi punti di forza professionali?
  7. Quali sono i suoi punti deboli?
  8. Qual è il suo obiettivo professionale più grande?
  9. Mi dica qual è stato la sua più grande sfida o il conflitto con il quale si è confrontato e come l’ha risolto.
  10. Dove si vede tra cinque anni?
  11. Qual è il suo sogno professionale?
  12. Sta facendo colloqui con altre aziende?
  13. Perché lascia il suo lavoro attuale?
  14. Perché è stato licenziato?
  15. Che cosa cerca in una nuova posizione?
  16. Che tipo di ambiente professionale preferisce?
  17. Qual è il suo stile di management?
  18. Quando ha esercitato la sua leadership?
  19. Come si è comportato quando non si è trovato d’accordo con una decisione presa dal suo capo?
  20. Come vorrebbe essere descritto dal suo superiore e dai suoi colleghi?
  21. Perché c’è un buco nella sua storia lavorativa?
  22. Mi spiega perché ha cambiato i suoi percorsi di carriera?
  23. Come affronta la pressione o le situazioni stressanti?
  24. Come vorrebbe che fossero i suoi primi 30, 60, 90 giorni nel nuovo ruolo?
  25. Quali sono i suoi interessi extra lavorativi?
  26. Se lei fosse un animale, quale vorrebbe essere?
  27. Quante palle da tennis potrebbero stare in una limousine?
  28. Ha pensato di avere figli?
  29. Pensa che quest’azienda potrebbe fare meglio o diversamente le cose che fa?
  30. Ha qualche domanda che vorrebbe fare?
Immagine tratta dal blog di Arduino Mancini tibimail

Immagine tratta dal blog di Arduino Mancini tibimail

Il vero consiglio è di prevedere le domande e prepararsi le risposte giuste; così da non rimanere troppo sorpresi e riuscire a cavarsela al meglio. Un colloquio è un momento importante della ricerca di un nuovo lavoro.

Colloqui? Nella tua ricerca ce ne saranno molti: un buon allenamento ci permetterà di vincere la gara.